magazine n. 3/17 – Palestina, il viceministro della salute: “Prevenzione e controllo per il salto di qualità”

di Gianmarco Volpe

• Intervista al viceministro della Salute palestinese, Asad Ramlawi.

Tra rari momenti di distensione e frequenti picchi di tensione, il conflitto tra israeliani e palestinesi si è trascinato negli ultimi anni in un clima di granitica indifferenza e pericolosa rassegnazione, allontanando sempre più la prospettiva di un accordo di pace. Né la comunità internazionale, attraverso il suo intermittente sforzo diplomatico, è riuscita ad ammorbidire le posizioni delle due parti. A complicare la situazione è la frattura politica tra i palestinesi, con due governi diversi che di fatto continuano ad amministrare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

A pagare il prezzo dello stallo è, soprattutto, la popolazione palestinese. Gli indicatori di salute evidenziano una situazione critica, in particolare in tema di malattie croniche non trasmissibili. Nonostante le difficoltà, tuttavia, il ministero della Salute dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), con il sostegno dei donatori internazionali e delle Nazioni Unite, è riuscito negli ultimi anni a evitare il collasso del sistema sanitario e ad ottenere progressi spesso superiori a quelli registrati in altri paesi della regione. Adesso, spiega il viceministro della Salute Asad Ramlawi, la priorità delle autorità di Ramallah è il contrasto alle malattie non trasmissibili.

Per quale motivo?

Le malattie non trasmissibili sono responsabili per l’80 per cento della mortalità in Palestina. Parliamo in particolare di malattie cardiovascolari, cancro e diabete. L’80 per cento del nostro budget è dedicato proprio a questo impegno. Ma se vogliamo davvero migliorare gli indicatori sulla salute, allungare l’aspettativa di vita e tagliare le spese sanitarie, dobbiamo agire su prevenzione e controllo. Il quadro all’interno del quale agire ci è offerto dalle raccomandazioni internazionali sul controllo del tabagismo, sulla riduzione del sale negli alimenti, sulla promozione di diete   e attività fisica e sul contrasto all’alcolismo.

Quanto pesa il consumo di tabacco sulla salute dei palestinesi?

Si tratta di uno dei problemi maggiori. Il 56 per cento dei nostri giovani fuma abitualmente: non solo sigarette, ma spesso anche quelli che noi chiamiamo narghilè o shishà. Quando un ragazzo fa uso del narghilè, è come se fumasse un centinaio di sigarette. Per questo motivo, abbiamo adottato la cosiddetta Convenzione Quadro per il Controllo del Tabacco (Fctc), che prevede l’aumento della tassazione sul tabacco, il bando della vendita di sigarette non certificate o che non rispettino gli standard minimi di qualità previsti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il divieto di pubblicizzare le sigarette e di venderle a minori di 18 anni. La legge contro il fumo è stata approvata e i successivi decreti attuativi saranno approvati entro breve tempo.

Quali passi in avanti sono stati compiuti sul fronte dell’alimentazione?

La quantità di sale utilizzata per la produzione del pane è un’emergenza tutta palestinese. La nostra gente consuma tra i sette e gli otto grammi di sale al giorno, mentre l’Oms consiglia di tenersi sempre sotto i cinque grammi. In base ai valori di riferimento che abbiamo adottato, nessun forno in Palestina può utilizzare più di 1,3 grammi di sale per 100 grammi di farina. In questo modo, puntiamo a ridurre di oltre il 50 per cento il consumo giornaliero di sale da parte dei palestinesi e, di conseguenza, di fare un importante passo in avanti per la prevenzione del cancro e delle malattie cardiovascolari.

Che ruolo ha avuto la Cooperazione italiana?

L’Italia è uno dei principali sostenitori della Palestina. Proprio il progetto per la riduzione del sale nel pane è stato portato avanti in collaborazione con la sede di Gerusalemme dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, che ci ha aiutato anche nella conduzione delle ricerche necessarie. La Cooperazione italiana ci ha sostenuto anche nel miglioramento delle strutture, in particolare con gli strumenti per la diagnosi del tumore al seno, nella formazione del nostro personale e nella realizzazione di nuove cliniche che hanno favorito l’accesso della popolazione ai servizi sanitari.

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